L’agorafobia è un disturbo d’ansia, forse non molto conosciuto rispetto ad altri disturbi come la claustrofobia. In realtà si tratta di due manifestazioni che sono come due facce della stessa medaglia.

In questo post della sua rubrica del Blog ClioMakeUp, il Dottor Femia, Psicologo, Psicoterapeuta, Psicodiagnosta, Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC) e dell‘Associazione di Psicologia Cognitiva, ci spiegherà nel dettaglio che cos’è l’agorafobia, quali sono i sintomi principali e come fare per riconoscerla. Inoltre, ci svelerà quali consigli dare a chi scopre di soffrirne. Siete pronte? Lasciamo subito la parola al Dottor Femia.

Cliomakeup-agorafobiaCredits: Foto di Adobe Stock | Dennis

AGORAFOBIA: LA PAURA DI PERDERSI CHE BLOCCA E LIMITA

“Tutti sanno cos’è la claustrofobia, ma non in molti riescono a comprendere quando si parla di agorafobia: invece si tratta di due manifestazioni che sono come le due facce opposte della stessa medaglia, e tanti soffrono di claustrofobia e altrettanti sono, senza saperlo, agorafobici.

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Credits: Foto di Adobe Stock | Orkidia



Sia la claustrofobia che l’agorafobia sono risposte diverse di ansia, sono paure estreme di qualcosa che estremamente pericoloso non è: la paura dello spazio chiuso, in un caso, la paura di perdersi e perdere i punti di riferimento, nel caso dell’agorafobia. Tachicardia, gambe tremule, paura dell’impazzimento, confusione mentale si manifestano velocemente ed in modo ricorsivo con pensieri catastrofici. Alla base si rintracciano credenze di debolezza e vulnerabilità che giocano un ruolo cruciale nel funzionamento di questi timori.

CHE COS’È L’AGORAFOBIA

L’agorafobia, si manifesta come una forma di intensa paura con manifestazioni di panico che prende quando ci troviamo in un posto che non conosciamo o non riconosciamo, pieno di riferimenti che non capiamo e persone che non significano niente o abbastanza per noi. Ed è anche la paura ‘preventiva’ di potersi trovare in quella situazione: la fobia, appunto, di perdersi che ci impedisce di andare a un appuntamento o di partire per un viaggio esplorativo, o di allontanarci da situazioni note e familiari seppure percepite come costrittive e limitanti.

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Credits: Foto di Adobe Stock | Jeff Bergen/peopleimages.com

F. sperimenta quasi sempre una forma di formicolio alle gambe quando si allontana delle sue zone di comfort e quando si allontana dal suo quartiere o si trova in luoghi nuovi che non conosce, strade nuove che non ha percorso, quando perde il controllo e rischia di rimanere bloccata nel traffico e quindi di non poter scappare. Sperimenta sudorazione, confusione e irrigidimento muscolare. In questo periodo i suoi sintomi ansiosi si manifestano più frequentemente a causa di una difficoltà lavorativa che crea instabilità e dopo la perdita del padre. Era proprio lui che le spiegava come orientarsi nei viaggi, era lui appassionato di navigazione e geografia. Dopo la sua perdita F. spesso si sente smarrita ed ormai evita le situazioni che ritiene pericolose e attivanti.

Dietro queste forme di paure si pensa che si nasconda un timore centrale di perdita: nel caso dell’agorafobia si teme la perdita della protezione, in quello della claustrofobia si ha paura di perdere la libertà, in entrambi i casi si percepisce come sotto minaccia la propria autonomia e agentività (la capacità di intervenire e determinare la propria realtà con le proprie azioni).

L’AGORAFOBIA A LIVELLO RELAZIONALE

A livello relazionale una persona agorafobica potrebbe tendere a rinunciare alla libertà per avere un rapporto che garantisca sicurezza, paradossalmente si crea un circolo vizioso che si auto-alimenta in cui si confini desideri e paura. Scegliere un rapporto rassicurante, che al limite può anche, alla fine, soffocare, per non rischiare di rimanere simbolicamente ‘solo e perso in mezzo al mondo’.

Infatti, siamo agorafobici non solo quando non abbiamo coraggio di viaggiare/girare/vivere da soli, ma anche quando in una relazione diamo più importanza al rapporto che al nostro sé, sottoponendo il legame a continue verifiche per timore di perderlo, e dunque perderci.

Tuttavia, a volte può succedere il contrario: chi soffre di agorafobia potrebbe avere paura di stringere legami, proprio per timore della costrizione. A livello relazionale, quindi, una persona ‘fobica’ può realmente oscillare tra i due poli dell’agorafobia e della claustrofobia: si lega troppo per paura di perdere la protezione o non si lega per paura di perdere la libertà, ma anche non si lega per non rischiare di perdere la protezione o si lega in modo fatuo e superficiale per evitare la costrizione.

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Credits: Foto di Adobe Stock | Daniel Jędzura

Atteggiamenti legati all’ansia che rischiano molto di rovinare rapporti o impedire la costruzione di relazioni e legami affettivi stabili ed ‘efficaci’ a livello emotivo.

Allora è importante riconoscere questa tendenza e questo problema, inserendo l’angoscia che si sente nel contesto relazionale, per provare a smussare il pendolo tra i due poli della claustrofobia e dell’agorafobia, cioè della ricerca della libertà e dell’indipendenza, e cercare di raggiungere un’armonia possibile tra bisogni e paure, che potrebbe essere proprio il segreto di una relazione equilibrata. Riconoscere il proprio disagio diventa essenziale per inserire noi stessi in un contesto mosso e dinamico dell’esistenza e quindi delle relazioni, e dunque essere in grado di aggiustare di volta in volta i comportamenti e i pensieri che vanno in direzioni obbligate errate, fobiche, incontrollabili e quindi fonte di disagi ulteriori”.

Ragazze, non è finita qui. Nella prossima pagina il Dottor Femia proseguirà a parlarci dell’agorafobia spiegandoci come riconoscere questo disagio e quali consigli dare a chi scopre di soffrirne. Continuate a leggere.

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