Ciao a tutte!

In occasione dell’undicesima Giornata mondiale sulla Sindrome di Down del 21 marzo, CoorDown (Coordinamento nazionale associazioni delle persone con sindrome di Down) ha lanciato uno spot anti pregiudizi intitolato “How do you see me?” (Tu come mi vedi?).

Il filmato ha come protagoniste Olivia Wilde e la studentessa 19enne AnnaRose Rubright, affetta da sdD; lo scopo dichiarato è promuovere l’inclusione delle persone colpite da questa patologia presso le scuole, i luoghi di lavoro e la società in genere.

Lo splendido spot è stato accolto con entusiasmo, ma è stato anche bersaglio di alcune critiche: falso moralismo e ipocrisia in primis. Parliamone insieme!

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Il video si apre con Olivia Wilde che si guarda allo specchio: “Io mi vedo così”.

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Si prosegue con una panoramica della vita della protagonista nelle varie situazioni “normali”, ma al tempo stesso ricche di significato, che ogni persona si ritrova a vivere nel corso della sua esistenza. “Mi vedo come una figlia, una sorella, una migliore amica. Come una persona su cui puoi contare. Mi vedo incontrare una persona con cui condividere la mia vita. Mi vedo cantare, ballare e ridere fino a perdere il giro. E anche piangere, a volte.”

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“Mi vedo inseguire i miei sogni. Anche quando sono impossibili. Soprattutto quando sono impossibili. Mi vedo come una persona comune con una vita importante, piena e meravigliosa. Io mi vedo così.”

A questo punto la telecamera vira dietro lo specchio e punta su AnnaRose Rubright, che chiede allo spettatore “Tu come mi vedi?”

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Il messaggio della campagna è molto chiaro: la diversità è negli occhi di chi guarda. “Con questo film vogliamo contribuire a un cambiamento culturale: solo quando la disabilità sarà percepita come una delle sfaccettature della diversità si potrà davvero fare inclusione, riconoscendo l’unicità di ogni individuo. L’obiettivo è far volgere lo sguardo oltre gli stereotipi, costruire un nuovo immaginario collettivo e promuovere un’alfabetizzazione alla disabilità”. Questa la dichiarazione di Sergio Silvestre, presidente di CoorDown Onlus. Il tema della Giornata mondiale sulla Sindrome di Down di quest’anno è stato infatti proprio promuovere la cultura dell’inclusione.

Ecco il video completo

 

Una necessità su cui negli ultimi tempi si sono concentrate anche altre iniziative; pensiamo, ad esempio, a quando un anno fa le passerelle della New York Fashion Week sono state calcate per prima volta da una modella affetta da sindrome di Down, l’attrice americana Jamie Brewer

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… O alle tante pubblicità che hanno come protagonisti bimbi colpiti da sdD-  e che spesso vengono accusate proprio di promuovere quell’immagine di “bambino Down tenero e buffo” che va contro la volontà di una maggiore integrazione…

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… Per arrivare alla modella – e volto di LancômeAmanda Booth, che ha mostrato con orgoglio su Instagram la foto del suo bambino neonato Micah, affetto da sindrome di Down.

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La modella ha avuto la diagnosi quando il piccolo aveva già 3 mesi: infatti ha scelto deliberatamente di non fare alcun test prima della nascita, perché il risultato “non avrebbe cambiato nulla”.

Ed è proprio questo il tema, delicatissimo, su cui spesso gli animi si infiammano: mettere al mondo (consapevolmente o meno) un bambino affetto da trisomia 21 è un atto di eroismo o di spregiudicatezza? In questo senso lo spot di CoorDown è stato accusato di superficialità: il vero problema, secondo alcuni, è che una persona con sindrome di Down solo in alcuni casi riesce a raggiungere la piena indipendenza e autosufficienza, dato che il livello di disabilità è molto variabile… e per qualsiasi genitore si sia trovato (o abbia sfiorato) questa situazione una delle paure più grandi è la sorte del proprio figlio se non dovesse esserci più nessuno a potersi occupare di lui!

Nella prossima pagina trovate la seconda principale critica mossa al filmato e un video che nel 2014 è diventato virale: la risposta di CoorDown a una donna incinta che aveva appena scoperto di aspettare un figlio Down.