Ciao a tutte!

Zara ha fatto arrabbiare – non poco – il web. La sua linea Ungendered, nata con l’intenzione di assecondare la tendenza a non riconoscere più il sesso come necessariamente maschio o femmina, ha condannato l’azienda spagnola di abbigliamento low cost ad una polemica molto accesa su come l’operazione si sia rivelata, in realtà, profondamente sessista – e su come non sia riuscita a nasconderlo nemmeno troppo bene.

Sono state soprattutto le donne e chi sostiene la parità di genere ad inferocirsi: che passo falso ha fatto Zara? Cosa ha comunicato, al posto del rispetto verso ogni tipo di sessualità? Vi diamo un assaggio: 1) Che tutto, alla fine si riconduce al sesso maschile 2) che una sola fisicità, mascolina, è possibile 3) Che è più facile negare ogni personalità, piuttosto che accettarne tante diverse. Volete vedere come sia possibile tutto ciò solo attraverso a (pochi) vestiti? Allora leggete il post!

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Partiamo dall’inizio. Ogni tanto le aziende si lanciano in iniziative dal senso innovativo e “moderno”, cercando di farsi carico di ciò che sta cambiando il mondo. Ogni tanto ci riescono, apparendo come promotori di lotte e ideali sociali od operazioni umanitarie. Ogni tanto, invece, mancano di brutto il loro obiettivo.

Sembrerebbe che Zara appartenga a quest’ultima categoria – da qualche settimana a questa parte. Il tema è la fine dell’idea della sessualità binaria (che vincola a un’appartenenza alla categoria di maschio o di femmina) e la volontà di rivolgersi ad un “genere fludio” attraverso una linea di abbigliamento che contenga capi non legati ad uno dei due sessi tradizionali.

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Prima ancora della prevedibile discussione relativa a questa intenzione – ovvero la divisione tra chi trova che ci sia una forzatura nel non separare più uomini e donne e chi invece approva l’idea di vedere la sessualità come ricca di sfumature e possibilità – Zara ha scatenato polemiche intorno al fatto che la mossa sia risultata incoerente e maschilista.

Cosa è successo? Ungendered (dal nome inequivocabile) invece di rappresentare un’innovazione nell’ambito della dignità di tutti i sessi, come intendeva essere, sembra voler accettare un unico genere (maschile) e, anziché promuovere una pluralità di identità…parrebbe eliminarle (quasi) tutte.

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Parliamo infatti di una collezione dallo stile “boyfriend clothes” (cosa che, peraltro non è nuova nemmeno nell’ambito puramente modaiolo): avete in mente l’immaginario, tipicamente maschile, per cui una ragazza è sexy quando indossa la camicia del “proprio uomo”, la mattina dopo una notte di fuoco? O quando, sempre gli uomini, erano impazziti per la pubblicità di Intimissimi con Irina con indosso i boxer di lui – invece che gli slip della collezione femminile? Ecco, non sembrerebbe che Zara, alla fine della fiera, si sia mossa da questo.

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Felpe con e senza cappuccio, jeans strappati e dritti, magliette non sciancrate e monocolore. Il tutto, leggermente oversize. Nulla che indichi, insomma, una sessualità diversa da quella tipicamente maschile. “Unisex”, si diceva negli anni ’90, e di questo si tratta: invece di togliere il senso di “genere” – come il nome Ungendered suggeriva – la collezione indica e fa riferimento ad un unico genere: quello maschile.

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Le modelle, infatti, appaiono androgine e “mascoline”, ma i modelli potrebbero sembrare posare per una qualsiasi linea di abbigliamento tradizionale, per esempio.

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Ma non è abbastanza! A pagina 2 trovate altri due validi motivi per “tirare le orecchie” a Zara, qualunque sia la vostra posizione: anche solo per coerenza. Se volete scoprire di cosa stiamo parlando…continuate a leggere!