Con “La grazia”, Paolo Sorrentino firma uno dei suoi film più intensi e introspettivi, una narrazione sospesa tra etica e nostalgia che tocca corde profonde dell’animo umano. Al centro della storia c’è Mariano De Santis, Presidente della Repubblica alla fine del suo mandato, interpretato da un magistrale Toni Servillo.
Sorrentino costruisce un racconto che è prima di tutto uno sguardo profondo sulla vulnerabilità dell’essere umano e sull’incessante ricerca di un senso. La grazia, allora, diventa qualcosa che va oltre la giustizia: è un atto interiore, una scelta personale e liberatoria. Con una fotografia magnetica, musiche struggenti e dialoghi calibrati, il regista ci accompagna in un viaggio emotivo che parla a tutte e tutti, toccando temi universali come la perdita, il rimorso, la responsabilità e la redenzione. Di tutto questo e di molto di più ci parla in maniera approfondita il Dottor Giuseppe Femia, Psicologo, Psicoterapeuta, Psicodiagnosta, Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC) e dell‘Associazione di Psicologia Cognitiva nella recensione del film. Siete curiose? Lasciamo subito la parola al Dottor Femia.
Credits: @piperfilm.official Via Instagram. Un’immagine dalla locandina del film
LA GRAZIA DI PAOLO SORRENTINO: LA TRAMA
“La grazia”, ultimo film di Paolo Sorrentino, esplora temi profondi ed eterni come la vita, la morte, l’amore e la responsabilità. Lo fa raccontando la storia di Mariano De Santis (Toni Servillo, attore ‘feticcio’ del regista), un Presidente della Repubblica Italiana arrivato a fine mandato, nel semestre bianco.
In questo momento difficile e malinconico di per sé, il Presidente, cattolico convinto, è tormentato da due dilemmi etici che riguardano la sua posizione professionale e da ricordi ed emozioni personali mai risolti. I dubbi riguardano due richieste di grazia (quella di una donna che ha ucciso il marito che la maltrattava da sempre e quella di un uomo che ha tolto la vita alla moglie malata di Alzheimer) e la firma sulla legge per l’eutanasia. Dal lato personale l’uomo Mariano soffre ancora per la nostalgia della moglie morta da otto anni, e per i rapporti irrisolti con i figli, una giurista come lui (Anna Ferzetti) e uno lontano, che fa il musicista. Nostalgia, rimpianto, dolore, indecisione, memoria: il film è una riflessione sulla condizione umana, la solitudine e la ricerca della verità.
Credits: @piperfilm.official Via Instagram. La locandina del film
AURORA, IO SE RICORDO MUOIO!
Un lutto irrisolto che rimbomba durante tutto il film con l’aggiunta di un possibile tradimento mai elaborato, un’inevitabile ma insana gelosia retroattiva che produce rancore e dolorosa ruminazione mentale.
Mariano soffre la nostalgia dell’assenza della moglie e maggiormente la paura di essere stato tradito in vita, e si tormenta. Lentamente e faticosamente, però, segue l’accettazione del dubbio come una ‘grazia’ che libera dalla pena di rimuginare in eterno sulle diverse possibilità. Il protagonista riesce, infine, a porre un limite alla ruminazione sul tema del tradimento, pensiero fisso che si finge riflessivo rispetto alla responsabilità, ma che non lo è, essendo piuttosto, appunto, ossessivo attaccamento a qualcosa che non si può mai risolvere.
L’uomo alla fine non può certo smettere di lottare con i ricordi nostalgici, ma deve accettarli come inevitabili perché strettamente collegati all’amore per la persona che non c’è più, qualsiasi cosa abbia fatto o non fatto durante la vita.
IL FILM AFFRONTA ANCHE IL TEMA DEL RAPPORTO GENITORE-FIGLI E IL TEMA ETICO E MORALE
Un altro tema delicato e delicatamente affrontato è il rapporto genitore-figli, un rapporto su cui non si possono scrivere o leggere manuali, perché sempre diverso e sempre in divenire, mai strutturato come i protagonisti vorrebbero, si aspetterebbero.
E poi soprattutto il tema etico e morale, ancora il dubbio che aleggia sulla scelta che il Presidente deve fare. La responsabilità delle scelte, pesantissima, porta a lunghissime pause, tempi aggiuntivi di riflessione di cui l’uomo e il politico hanno bisogno per decidere.
Una delle richieste di grazia riguarda una specie di ‘donna che ama troppo’ e che uccide per far cessare la paranoia e la violenza del suo ‘amato persecutore’: inaspettatamente non è un femminicidio, qui è la donna ad uccidere per non subire più. L’altra richiesta riguarda un rapporto intimo di amore che si conclude anche questo con la morte, quella per eutanasia, quella che libera la persona amata da una vita che non è più tale.
LA GRAZIA DI PAOLO SORRENTINO: UNA RECENSIONE FATTA DI EMOZIONI
Sono tante le emozioni che scorrono in questa storia, come meravigliose fotografie. Un’estetica emotiva che riflette perfezionismo e dedizione, che racconta il rancore della violenza subita, la colpa di eventuali errori di valutazione, l’ansia dell’imprevedibile, l’eterna tristezza della perdita.
La raffinata fotografia e la musica evocativa, che sempre caratterizzano lo stile registico di Sorrentino, sono lo scenario per un’atmosfera densa e stratificata, in cui si muove magistralmente e giganteggia Toni Servillo, la cui performance di cristallina espressività è stata premiata con la Coppa Volpi a Venezia.
“La Grazia” è un’opera matura e profonda, che segna un nuovo capitolo nella carriera di Sorrentino, ma che si può, e forse si deve, guardare anche come slegato dalla sua storia professionale, come un piccolo e intenso gioiello di riflessione sulla vita e sulla morte, sul senso delle cose e sull’inevitabile complessità delle scelte morali.
Firma
Dott. Giuseppe Femia, Psicologo, Psicoterapeuta, Psicodiagnosta, Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC) e dell‘Associazione di Psicologia Cognitiva (APC), Socio Sitcc – Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva.
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Ragazze, speriamo che questo post con la recensione del Dottor Femia sul film “La grazia” di Paolo Sorrentino vi possa far riflettere e che vi possa invogliare a vederlo, se non l’avete ancora fatto. Condividete il post con tutti gli amanti delle opere del regista e non solo. Un bacione dal TeamClio!































































